CLAUDIO LO CASCIO

Edizione www.ilmiolibro.it  - prezzo Euro 22,70

 

75 anni in agosto: in vista del 17 agosto, Claudio Lo Cascio,il signore del jazz siciliano, sapendo benissimo come questa terra pratichi volentieri l’oblio, soprattutto contro i personaggi scomodi, ha pubblicato come utente de “il mio libro.it” la sua biografia: “ La mia vita per il Jazz (e altro…)”. L’averla pubblicata in piena autonomia  utilizzando questa bella invenzione del gruppo editoriale L’Espresso,  sottolinea un tratto della personalità umana ma anche artistica di Lo Cascio, ovvero la sua curiosità per le soluzioni tecnologiche  up to date, per le quali gioisce come un bambino dinanzi all’albero di natale. Bastava andare a casa sua o nel glorioso studio di registrazione della New Jazz Society per capire dove si era arrivati in fatto di tecnologia. Quando mi chiamò per dirmi del libro, metà della conversazione fu dedicata a come l’aveva fatto, alla facilità e alla speditezza con la quale lo aveva confezionato, incitandomi subito ad iscrivermi e pubblicare. Lo Cascio è così, e  questo suo entusiasmo gli ha permesso di costruire una vita artistica, che, in un paese normale, avrebbe raccolto più di quello che può esibire. E non intendo onori o riconoscimenti, perché ne ha avuto tanti  a livello nazionale e internazionale e fra questi la cittadinanza  di New Orleans; ma l’attribuzione pubblica di uno spazio in cui fare jazz, insegnare a suonare jazz, ma anche altro. E dire che lo spazio lo aveva trovato. Una villa settecentesca bellissima , villa Pantelleria, che, a sue spese ( e di nascosto della madre che lo avrebbe diseredato), fece rivivere, trasformandola in un intenso e affascinante  luogo civile dì incontri culturali, musicali con eco internazionale. Basti pensare al grande convegno dedicato al recupero delle ville palermitane; alla presentazione della rivista “Laboratorio Musica” con Luigi Nono, che culminò in un concerto plurisala:in simultanea  differenti concerti dal classico al jazz al folk. O alla collaborazione pluriennale con Radio 3 e il terzo canale TV che riprendeva “Musica incontri” e che permise al Centro Reinhardt di far conoscere  decine di musicisti siciliani. Insomma il Centro Reinhardt per la sua poliedrica attività anticipava - da privato - l’idea orlandiana  -pubblica - dei cantieri culturali. Aperto a tutti e da tutti utilizzabile. Bastava chiederlo. Dopo quattordici anni non gli fu rinnovato il contratto e venne sfrattato. La villa per fortuna venne vincolata, ma solo per la gioia dei vandali. E così  cadde in quella speciale rovina tutta palermitana che è “la rovina amministrativa”, fino a quando il comune di Palermo se la  riprese e invece di restituirgliela with compliments dell’Amministrazione, la diede ad un altro. E’ la politica, bellezza!  Se rabbia – molto trattenuta - c’è nel libro di Lo Cascio, c’è per questa delusione, per questa storia così palermitana. C’è un signore, un vero professionista,un caposcuola, che ha idee, che ci mette faccia e soldi, che fa rinascere un pezzo della città dal 1976 al 1990, e questo signore, anche nell’era dello sbandierato rinascimento panormita, viene ignorato. Non furono sufficienti appelli, petizioni, articoli, Villa Pantelleria fu cancellata. Agli anni di intensa  attività del Centro Reinhardt, tuttavia Lo Cascio dedica nel libro solo sei paginette stringate fatte di date e dati.  Niente retorica, solo fatti che da soli dovrebbero parlare. E questo è un tratto di Lo Cascio davvero raro tra gli operatori culturali e musicali siciliani che nascondono  fatti inesistenti sotto un’autocelebrazione magniloquente costante.  Mi son soffermato su Villa Pantelleria perché è il punto “sensibile” della biografia artistica e di operatore culturale di Lo Cascio . Di fatti sin dagli esordi jazzistici Lo Cascio  punta alla formazione di organici a misura variabile per diffondere e “stabilizzare” la cultura del jazz su precise direzioni. Il Dixieland, che lo ha portato al recupero di Nick

La Rocca al quale ha dedicato un importante libro e un bellissimo disco;il repertorio delle  Big Band da lui filologicamente rivisitato:basti citare i dischi su Glenn Miller e le varie formazioni ad hoc create valorizzando fior di musicisti; il jazz  “neo-classico” ispirato dall’esperienza di John Lewis e del Modern Jazz Quartet ,che è la stella polare della musica locasciana; il folk jazz , il lato più originale della sua ricerca, che gli valse l’opposizione se non l’ostracismo di tanta critica italiana, ma che fin dal 1961 porta Lo Cascio a rielaborare temi popolari. Il primo LP “South-East Pipe-Lines” fu salutato nel ‘76 da un entusiasta  Franco Fayenz  come punto di arrivo e insieme punto di partenza di una ricerca. Sulla strada della memoria popolare d’altronde Lo Cascio si è mosso con decisione prima delle contaminazioni che contageranno, a fine secolo, le nuove generazioni di musicisti di estrazione colta, per limitarmi ai siciliani, come Betta o Sollima.Avverte Lo Cascio cioè con molto – troppo - anticipo un tema che è  considerato in musica il tema fondamentale nell’epoca della globalizzazione. John Lewis,  a Palermo nel 1961, dopo aver ascoltato Lo Cascio in trio, disse che era rimasto “impressionato da un jazz diverso, basato su un’esperienza locale ed originale, risuonante delle melodie tradizionali e con caratteri ereditari del posto”.Sulla carta identitaria del musicista Lo Cascio negli anni si sovrappongono e coesistono i timbri  del neoclassicismo sul modello Modern, l’attenzione pianistica a Monk, il be-bop, la terza corrente sul modello Schuller, ma soprattutto la ricerca nel giacimento immemoriale della musica popolare. Queste le costanti di una ricerca, di una prassi che Lo Cascio ha voluto socializzare. Ed anche questo è un tratto davvero inconsueto tra gli artisti siciliani.  Ma chi legge il libro scopre che  è una miniera di notizie, ed è fitto di nomi:Lo Cascio non tralascia mai i nomi di tutti i musicisti che con lui hanno lavorato o musicisti ospiti che ha ascoltato. Sono deliziose le pagine in cui rievoca  lo Hot Club Jazz. Il primo club di jazz a Palermo e che ha in un musicista “ colto” come Girolamo Arrigo, che suona la chitarra, il suo pioniere. Arrigo è il mio maestro, dice Lo Cascio. E’ Arrigo che gli insegna a scrivere la musica. Si deve a quegli anni di intensa formazione l’idea di Lo Cascio che il jazz non è una musica di serie B, e che i musicisti jazz non sono degli analfabeti musicali. E da qui l’idea che il jazz deve espugnare i luoghi sacri della musica. Si può leggere l’attività artistica di Lo Cascio e dei suoi vari gruppi come una sorta di war game in cui Lo Cascio pianta bandierine sulle roccaforti espugnate: dal Biondo degli Amici della Musica, alla Sala Scarlatti del Conservatorio. Gli manca da espugnare la sala  del Massimo che ha però ospitato le prove di John Lewis con Lo Cascio al pianoforte ei suoi: Randisi al vibrafono, Giuseppe Costa al contrabbasso e Cataldo alla batteria; e l’orchestra del Massimo:62 elementi.  Era la realizzazione di un sogno. Seppure   a metà, per l’inagibilità del teatro chiuso da un decennio. Siamo nel dicembre del 1983. Quei concerti,  per mancanza di un teatro disponibile in quei giorni, non si fecero a Palermo ma a Termini Imerese, Gibellina, Vita e Caltanissetta. Non esiste una registrazione di quelle serate per le richieste onerose dei sindacati degli orchestrali.  Questa è Palermo. Una città che sa bruciare uno degli eventi più importanti degli ultimi trenta anni. Ma Lo Cascio, caparbio  com’è ,riesce almeno ad organizzare  con il suo Modern Art Quartet, con Lewis pianista ospite, un concerto nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere. Fu una giornata memorabile. E noi ricordiamo la gioia incontenibile di Claudio, mentre duettava vis à vis con Lewis al pianoforte;mentre l’indimenticabile Randisi, compagno di Lo Cascio in mille avventure, con concentrata non chalance distillava gocce di suoni dal vibrafono. Basta guardare le belle foto di Salvo Fundarotto che pubblicai su “Cronache”, il settimanale che allora dirigevo con Angelo Arisco. Il sogno di Claudio ci aveva contagiato.

Piero Violante